A volte ci vogliono centinaia di pagine per capire che cos'è che non va nel
romanzo che stai leggendo.
Il discorso si complica e diventa ancor più delicato se si tratta della
storia alla quale stai lavorando con fatica.
Mi piace farmi affascinare dai
romanzi brevi di certe case editrici indipendenti, e con ottimismo penso sempre che quei libriccini mi regaleranno un'emozione singolare.
Spesso però
i romanzi brevi portano con sé un carattere ibrido -
romanzo breve, di per sé è un ossimoro - che alla lunga si paga con la poca efficacia della narrazione.
Scene spesso brevissime, volutamente brevi e impaginate in modo che la brevità risalti, ti lasciano l'impressione di qualcosa che rotola via troppo rapidamente, come se l'autore non le avesse scandagliate a sufficienza.
Bozzetti, interessanti e pittoreschi persino, ma pur sempre bozzetti.
Quasi sempre si tratta di
piccoli romanzi con trame basate su un personaggio che cerca il classico sé stesso, che realizza la sua vera aspirazione, che risponde a una chiamata.
Storie intrise di una
spiritualità che ha ingranato la quinta.
Allora, a queste
scene brevi, se ne aggiungono altre che per il contenuto sono ancora più fugaci, come i
flashback, e alla fine hai l'impressione che tutto sia solo
accennato, che tutto stia lì solo per toccare i tuoi sensi in modo superficiale, senza innescare quel processo di identificazione e partecipazione.
Soprattutto, sembra proprio che l'autore sappia sin dall'inizio come andrà a finire la storia.
Certo che deve saperlo, mi risponderai.
Sì, ribatto io,
ma dev'essere così bravo da darmi l'impressione di scoprirlo insieme a me che leggo.
Per questi e altri problemi, la cura della
lunghezza delle scene può essere determinante.
Quindi, se qualche volta ti capita di chiederti
quanto dovrebbe essere lunga una scena, e se esistono misure che non si dovrebbero trasgredire, ti stai facendo una domanda utilissima.