La logica di questo titolo non ti sembra proprio stringente?
Eppure è vera, al di là dell'apparenza.
La memoria delle persone, e quel grande archivio che è la rete, brulicano di frasi, detti, citazioni estrapolate da opere letterarie che in realtà o non hanno mai visto la luce, nella forma in cui sono divulgate, o sono attribuite erroneamente.
Per esempio, da quando sono su Facebook ho ricevuto già, negli aggiornamenti, decine e decine di slides con la frase Lentamente muore eccetera firmata nientemeno che da Pablo Neruda, come ho visto nell'omonimo tronco a Smerillo dove addirittura c'è scritto 2004 come data di morte, cioè ben trentun'anni dopo quella effettiva.
Eppure, si tratta di versi scritti da Martha Medeiros nel 2000 e il titolo del testo originale è A Morte Devagar.
Il caso forse più famoso in assoluto di falsa citazione letteraria è l'emblematico elementare Watson, che Arthur Conan Doyle non ha mai e poi mai messo in bocca a Sherlock Holmes, e che forse derivano da una trasposizione cinematografica delle avventure del detective.
Fin qui, però, possiamo anche comprendere le sviste: si tratta di testi di autori stranieri, nei quali vanno sempre implicati problemi di traduzione e trasmissione, e alla fine risulta difficile capire come sia accaduto e soprattutto come si sia arrivati all'errore d'attribuzione.
Ma che dire delle false citazioni del nostro massimo poeta?
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domenica 22 luglio 2012
Cito, quindi sbaglio
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giovedì 1 marzo 2012
Lucio Dalla, il letterato nascosto
Senza alcuna retorica, penso che il miglior modo che ho per ringraziare Lucio Dalla è provare a riconoscergli ciò che solo in parte finora è stato sottolineato.
Quando ero un bambino, sentivo i "grandi" parlarmi di Fabrizio De Andrè come il cantastorie o il menestrello, o di Francesco Guccini come lo scrittore prestato alla musica o il filosofo.
Ricordo la passione di mio fratello, più giovane dei cosiddetti "grandi", per Dalla, ho stampata nella mente l'immagine dell'album Lucio Dalla del 1981, con il suo primo piano in copertina, ma soprattutto l'immagine interna, circondata dai testi delle canzoni, con lui al piano svestito da quasi marinaio.
E con quella copertina in mano, mio fratello e il suo amico vicino di casa si azzardavano in premature esegesi di quelle parole, troppo complesse per essere giudicate riduttivamente "canzonette".
Perché il punto è proprio questo: mentre non si esita a definire poeti e letterati gente come De Andrè, Guccini, Vecchioni o lo stesso pard di tante avventure di Dalla, cioè Francesco De Gregori, molto meno si fa notare la complessità letteraria e lo spessore culturale vero e proprio del cantautore bolognese.
Credo dipenda proprio da ciò che lo distaccava da tutti gli altri colleghi: la qualità musicale.
Dalla è un musicista, nel senso che suona strumenti, ma li suona veramente, e la musica non è solo il veicolo di trasporto delle parole, come accade per gli altri citati, tranne ovviamente rari casi in cui hanno azzeccato anche la linea melodica.
Questa sua profondissima competenza musicale lo ha reso capace di arrivare più facilmente alla gente: così, mentre gli altri di cui sopra hanno rappresentato la dimensione colta della canzone italiana - pur essendo musicalmente elementari - Dalla è stato il pop per eccellenza.
Invece io penso che nessuno dei suoi colleghi abbia usato in modo così corposo e significativo i grandi modelli letterari per i propri testi.
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